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Sirat

registaOliver Laxe
castSergi López, Bruno Núñez, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Richard Bellamy, Tonin Janvier, Jade Oukid, Ahmed Abbou, Abdellilah Madrari, Mohamed Madrari
paeseSpagna
anno2025
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Luis con il giovane figlio Esteban si aggira in un rave party mostrando una foto della figlia Mar della quale ha perso da alcuni mesi le tracce e che vorrebbe trovare. Nessuno la conosce ma, nel corso della ricerca, l’uomo fa delle conoscenze che, dopo la chiusura della festa da parte dei militari, lo indirizzano verso un altro rave. Il viaggio non sarà dei più facili e non solo per le asperità del terreno.

VERSIONE ORIGINALE: SPAGNOLO, INGLESE, FRANCESE, ARABO CON SOTTOTITOLI IN ITALIANO

UN VIAGGIO IPNOTICO E SACRO TRA DESERTO E RAVE. CON DIALOGHI ESSENZIALI, IMMAGINI MINIMALISTE E RIPRESE IN 16 MM, SIRĀT DI ÓLIVER LAXE. OPERA AUDACE E SENSORIALE CHE HA CONQUISTATO IL PREMIO DELLA GIURIA AL FESTIVAL DI CANNES 2025 È UN RITRATTO RADICALE DELL’UMANITÀ AL MARGINE, TRA COMUNITÀ EMARGINATE, PULSAZIONI MUSICALI E PAESAGGI ARIDI CHE DIVENTANO SPECCHIO DELL’ANIMA.

🏆 2025 Festival di Cannes: Premio della Giuria

Sirat è un film che si lascia attraversare, più che seguire. Il ritmo è ipnotico, scandito dal paesaggio e dal suono, e il deserto diventa uno spazio interiore, un luogo in cui le certezze si sgretolano e le relazioni vengono messe alla prova. Il film parla di perdita, di legami tra generazioni, di fede e disorientamento, senza mai cercare spiegazioni esplicite. Ogni passo sembra avvicinare e allontanare allo stesso tempo, in un equilibrio fragile e necessario.

Lo sguardo di Oliver Laxe è radicale e sensoriale. La fotografia cattura la vastità e l’asprezza del paesaggio, alternando momenti di bellezza abbacinante a un senso costante di precarietà. Il lavoro con gli attori, spesso non professionisti, restituisce una presenza fisica e autentica, mai addomesticata. Sirat è un’esperienza cinematografica che chiede allo spettatore di perdersi, di ascoltare, di accettare l’incertezza come parte del cammino.

«Non c’è nulla di più politico della poesia. Alcuni film sono molto diretti nel loro messaggio politico, ma questo li rende anche superficiali. Non che la politica non mi interessi, ma il mio compito come regista è quello di smuovere gli spettatori, di scuoterli anche un po’. Spesso distogliamo lo sguardo dalle cose brutte della vita, ma io voglio comunque porvi l’attenzione. Le persone che nel film partecipano al rave desiderano un po’ troppo fuggire da una quotidianità o da un sistema. Credo che stiano aspettando una sorta di nuovo inizio, e condivido questo desiderio con loro. È anche un atto molto politico allontanarsi attivamente da un sistema, non volerne più far parte.» (Óliver Laxe)

« Insomma: una specie di Cavallo di Torino di Béla Tarr rifatto per il prime time pensando (lo hanno detto in molti) al Salario della paura di Friedkin. Il lato migliore di Sirât è, comunque sia, quello di essere un film umile, le cui aperture al sublime paesaggistico o sonoro (la techno usata immersivamente), complicando e frastagliando la linea tracciata dal film senza mai spezzarla, sono regolarmente funzionali alla cornice di genere, quella di un western che degrada pian piano nell’horror. Cornice che – e qui sta il bello del film – Laxe ha la saggezza di prendere sul serio anziché trattarla come un pretesto indifferente: se all’interno delle singole scene i personaggi vengono sbozzati in modo abbastanza grezzo, scena dopo scena le relazioni tra i personaggi (sulla cui solidità il film non arretra, come non arretra rispetto alla tensione) assumono sempre più nitidamente la fisionomia del fantasma di un patto sociale (a questo servono i generi, da che cinema è cinema), che nel finale acquista le sembianze di una sottoproletarizzazione universale finalmente autocosciente.» (Marco Grosoli, gli spietati)