“KETTICÈ” RESTITUISCE UN RITRATTO INTIMO E SENZA FILTRI DEGLI ADOLESCENTI, RACCONTANDO LA COMPLESSA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITÀ E QUEL MOMENTO DELLA VITA IN CUI LE AMICIZIE DIVENTANO IL PRIMO SPAZIO REALE IN CUI IMPARARE A DEFINIRSI. E CONFERMA LO SGUARDO PERSONALE, ORIGINALE E VITALE DEL SUO AUTORE, QUI ALLA SECONDA E FORTUNATA OPERA.
🏆 Locarno International Film Festival 2026 | Vincitore: Pardo for Best Performance
«L’idea è quella di raccontare la Palermo dell’era Berlusconi partendo dal presupposto che la mia generazione, in confronto alle precedenti, o forse anche rispetto a quella odierna, a sedici anni era del tutto priva di ideali o coscienza sociale, volevo fotografare la stagnazione culturale che ha caratterizzato la mia adolescenza. Ketticè approfondisce le dinamiche e i giochi di potere tra gli adolescenti e l’autorità rappresentata dalla famiglia, dalla scuola e dallo Stato. Sia Giulio, che proviene da una famiglia aristocratica siciliana, sia Ketty, che appartiene a una classe sociale più povera, fanno un uso massiccio di droghe, in particolare marijuana, temono costantemente di essere scoperti, fermati dalla polizia. Cercano costantemente di sopravvivere alle varie forme di controllo da parte del mondo degli adulti.» (Giovanni Tortorici)
«La conferma di un giovane autore. Giovanni Tortorici dopo aver raccontato in Diciannove, attraverso l’alter ego Leonardo, l’alienazione dei suoi anni universitari, qui ritorna indietro nel tempo, al 2012 dei suoi 16 anni, e gira nella sua Palermo per raccontare l’adolescenza e le peregrinazioni, senza una precisa direzione o guida, di Giulio. Che è quindi un altro doppio del regista, più piccolo anagraficamente e ingenuo del precedente, ma altrettanto disorientato e in cerca di una propria identità. Rispetto al suo notevole film d’esordio, l’approccio di Tortorici in Ketticè appare più fresco e collettivo. Come se in questo caso, nonostante le inclinazioni psicotiche e individualiste della giovinezza che sembrano comunque essere tratti distintivi del regista, ci fossero una vicinanza e un affetto maggiori per gli ambienti raccontati e per i giovani ragazzi inquadrati, dai quali Tortorici – anche attraverso un uso spinto del dialetto palermitano – riesce a tirar fuori una spontaneità semplice e a suo modo “barbara”, soprattutto nel duo protagonista Salvatore Gallina/Rachele Testagrossa.» (Carlo Valeri, Sentieri Selvaggi)