2026 festival di Cannes: Palma d’oro
CRISTIAN MUNGIU TORNA A DISCETTARE DI EUROPA E DISEQUILIBRI CON “FJORD”, AMARA E DURISSIMA REQUISITORIA CONTRO IL “FUNZIONAMENTO DELLE SOCIALDEMOCRAZIE NORDICHE, E LE LORO REGOLE INFLESSIBILI. DIRETTO CON UN NITORE QUASI ADAMANTINO, “FJORD” È UN’OPERA POLITICA E DIALETTICA, CHE SCEGLIE VOLUTAMENTE IL PUNTO DI VISTA PIÙ DISTANTE DALLA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEGLI SPETTATORI DI MUNGIU.
«Ho cercato di parlare di temi contemporanei: due famiglie che contrappongono due visioni opposte del mondo, una più tradizionale e una più progressista. Secondo me racconta bene la spaccatura che viviamo oggi. La società è divisa in due. Questa è stata la prima motivazione che mi ha spinto a fare il film. Non si possono imporre valori in modo aggressivo rispetto ad altri: bisogna lasciare spazio alla tolleranza e alla libertà”.» (Cristian Mungiu)
«La violenza domestica purtroppo è invisibile. Per questo è necessario mostrarla, far emergere gli scheletri che molte famiglie nascondono e i sistemi che fanno di tutto per non vederli. Solo una società democratica può cercare di migliorare davvero queste situazioni. È difficile fare luce dentro dinamiche familiari così complesse, ma è fondamentale accendere i riflettori» (Renate Hansen Reinsveen)
«Lo stile registico di Mungiu accompagna i personaggi, mostrandosi a sua volta laico, ma anche spietatamente disperato nella raffigurazione di un’Europa burocratica e disumana, che elegge la norma a uno vincolo del vivere assieme, perdendo di vista la socialità, il raffronto col “diverso”, il tentativo di dialettizzare le distanze tra le culture di modo da trovare un punto d’unione in grado di far progredire tutti. La socialdemocrazia di Olof Palme, pare suggerire il grande regista rumeno, è un relitto del passato, questa che è in corso ora assomiglia tragicamente molto di più all’efficienza asettica nazional-socialista. Ed è affascinante notare come Mungiu torni a occuparsi di radicalismo religioso a distanza di quasi quindici anni da Oltre le colline, di nuovo però mutando in tutto e per tutto la prospettiva, cercando di cogliere consonanze e distanze, e di ragionare su come il sogno europeo – come già evidenziato in Animali selvatici – si sia passo dopo passo trasformato in un incubo, in una prigione da cui non si può che desiderare di scappare, magari tornando a rifugiarsi proprio in Romania, quella terra in cui un padre solo dieci anni fa faceva carte false per permettere alla figlia di emigrare. Tra gli sguardi più lucidi del cinema continentale contemporaneo, Cristian Mungiu corre il rischio di essere frainteso, ghettizzato, ma il suo viaggio tra i fiordi è una delle poche visioni realmente progressiste oggi possibili.» (Raffaele Meale, quinlan.it)