2026 FESTIVAL DI CANNES: GRAN PREMIO DELLA GIURIA
UN UOMO, UNA FAMIGLIA, UN PAESE SOSPESO SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO. IN MINOTAUR, PRESENTATO IN CONCORSO A CANNES 2026, DOVE HA CONQUISTATO IL GRAND PRIX DELLA GIURIA, ANDREÏ ZVIAGUINTSEV, A NOVE ANNI DA LOVELESS, TORNA A RACCONTARE LE CREPE DELL’INTIMITÀ E DELLA SOCIETÀ, TRASFORMANDO UN THRILLER OSCURO E CLAUSTROFOBICO IN UNA POTENTE RIFLESSIONE SULLA PAURA E SUL POTERE, AMBIENTANDO IL FILM NELLA RUSSIA DEL 2022, SULLO SFONDO DELL’INVASIONE DELL’UCRAINA.
«Non potevo fare un film di genere, una commedia o un film romantico. Non avevo il diritto di farlo, perché la Russia si trova attualmente nel pieno di una crisi e perché è in corso una trasformazione fondamentale della condizione umana.» (Andrey Zvyagintsev)
«Nuvole in viaggio. C’è uno squarcio aperto sul futuro, oppure una fuga definitiva nell’immagine che chiude Minotaur, il sesto film del cineasta realizzato a nove anni di distanza da Loveless. Attraverso un’altra storia di famiglia che ha sempre attraversato il suo cinema (due genitori e un figlio anche in Leviathan), Zvyagintsev fornisce un ritratto della società russa ancora più spietato. La scelta dell’ambientazione, infatti, non è casuale. Minotaur si svolge infatti nel 2022, anno dell’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina. Sembra essere sullo sfondo ma in realtà è una traccia presente dall’inizio alla fine. Come Renoir in La regola del gioco, anche Minotaur è un film di guerra anche se non si vede mai. I riferimenti all’Ucraina c’erano anche in Loveless, ma qui l’ostilità del regista nei confronti del conflitto è aperta. […] Un film velenoso (di mascolinità tossica), impeccabile, furioso. Stavolta non c’è più il quadro formale che lo protegge. Perché quella distanza riguarda solo il punto dove è piazzata la camera. In realtà lo sguardo di Zvyagintsev è molto più vicino come nella bellissima scena in cui Galina è al bar, si ubriaca e piange. Si stavolta il thriller è devastante, con attori bravissimi (Iris Lebedeva e Dmitriy Mazurov). Il finale aperto non è quindi una liberazione ma un’altra condanna. Spietata come questo magnifico film. Si, è il più bello del regista. E, probabilmente, dopo un’altra visione emergono altri particolari e lo sarà ancora di più.» (Simone Emiliani, sentieri selvaggi)