Festival del Cinema di Venezia 2026 – In Concorso
Sono cresciuto guardando la televisione generalista e i reality show dei primi anni duemila, e con Primetime ho voluto giocare con il loro linguaggio visivo. Gran parte dei reality show è scabrosa per natura, ma pochi programmi hanno saputo mantenere una presa così salda sulla cultura di massa – e sulla mia stessa immaginazione – come ha fatto la rubrica To Catch a Predator di Dateline nei vent’anni trascorsi dalla sua prima messa in onda. Il suo conduttore, Chris Hansen, ha inaugurato uno spettacolo della punizione: il momento in cui l’indignazione morale si è trasformata in un appuntamento televisivo irrinunciabile.
Il programma mi ha sempre affascinato, in parte per il modo in cui fonde finzione e realtà: i predatori agiscono mossi da impulsi reali e orribili, ma vengono guidati all’interno di un ambiente altamente strutturato in cui interagiscono con attori e con un conduttore televisivo.
Con Primetime, mi sono proposto di realizzare un ritratto istituzionale di To Catch a Predator al culmine del suo successo. In che modo il programma si è trasformato con l’aumentare della popolarità? Che impatto ha avuto il fatto di lavorarvi sulle persone che ne facevano parte, gli interpreti, i produttori? Volevo ripercorrere le disparate ambizioni delle persone che si muovevano all’interno di questo apparato – un crociato del giornalismo, un cinico produttore televisivo e un sognatore di Hollywood di belle speranze — mentre convergevano in un momento di crisi. E mi piaceva l’idea di ritornare alla cultura dei media dei primi anni duemila, prima che il panorama dell’informazione si frammentasse, quando una fascia di “prima serata” sembrava una questione di vita o di morte. Per alcuni, lo fu davvero. (Lance Oppenheim)