Una storia

registaAnna Foglietta
castAlba Rohrwacher, Guido Caprino, Elio De Capitani, Caterina Casini
paeseItalia
anno2026
classificazione
Per tutti

Un racconto intimo e profondamente umano che attraversa i passaggi emotivi che ridefiniscono i legami familiari e gli equilibri della vita di una coppia. – Festival di Venezia 2026 – Orizzonti

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Erika e Mauro vivono in provincia, dentro una quotidianità semplice fatta di abitudini rassicuranti e piccoli gesti. Quando la figlia Irene parte per studiare lontano, la casa si svuota e l’equilibrio su cui la coppia ha costruito la propria esistenza sembra incrinarsi. Erika, che ha sempre abitato il mondo attraverso la cura degli altri, si scopre improvvisamente senza direzione. Mauro, cresciuto nel rigore emotivo di un padre autoritario, tenta a suo modo di reagire riempiendo il vuoto, ma finisce per confrontarsi con una fragilità mai confessata. Nel tempo sospeso che segue riaffiorano ferite lontane e desideri dimenticati. Sarà proprio questa crisi intima e profonda a spingerli a guardarsi davvero e a capire se e come possono trasformare se stessi e di conseguenza il loro amore.

2026 MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA: ORIZZONTI

ANNA FOGLIETTA ESORDISCE ALLA REGIA CON UNA STORIA, UN FILM CHE ENTRA NELLE PIEGHE DELLE RELAZIONI E DELLA FAMIGLIA, TRA ASPETTATIVE, INCIAMPI E SECONDE POSSIBILITÀ. UN RACCONTO SINCERO E PIENO DI UMANITÀ, DOVE RIDERE E COMMUOVERSI POSSONO STARE, SORPRENDENTEMENTE, NELLA STESSA SCENA.

«Desideravo realizzare un film di relazione, in cui la vera protagonista fosse l’anima. Un film costruito sull’attesa, sui movimenti minimi e sui rituali quotidiani. Attraverso le crepe interiori dei personaggi volevo far emergere verità e inquietudini silenziose che spesso scegliamo di non nominare, fino a una domanda centrale: sappiamo ancora desiderare? La macchina da presa è diventata uno strumento di ascolto più che di rappresentazione, sostando sui volti e lasciando agli sguardi il compito di raccontare ciò che le parole non riuscivano a dire. Le inquadrature statiche e prive di tagli interni nascono dalla necessità di abitare il tempo emotivo dei personaggi senza imporre risposte. Anche i primi piani non sono mai del tutto centrati: tra noi e loro si frappone un filtro, un velo che rende la loro natura solo parzialmente afferrabile. Ho ricercato insieme agli attori una nudità interiore fragile e dirompente, fondamentale per la storia, perché senza la loro vulnerabilità il cuore del film non avrebbe battuto. È stato un atto d’amore e una richiesta di fiducia. L’ascolto fra tutti sul set, dagli attori ai reparti e alla troupe, ha contribuito a rendere ogni elemento del film unico, coerente e preciso. Ma è stata proprio questa chiarezza del percorso ad accogliere l’imprevisto: è come se il film, nella sua preziosa imprevedibilità, si fosse rivelato davvero.» (Anna Foglietta)

«Sul piano della messa in scena, la regista dichiara di aver voluto una macchina da presa “in ascolto” più che rappresentativa: inquadrature fisse, prive di tagli interni, primi piani mai perfettamente centrati, quasi che tra camera e personaggi ci fosse un filtro. Non a caso, in una delle scene più intense del film, quella della lite furiosa dopo il compleanno del padre di Mauro, Foglietta filma attraverso il finestrino di un auto, in una posizione di ascolto di estremo rispetto nei confronti dei protagonisti, prima di avvicinarsi improvvisamente con uno zoom. È una scelta che testimonia una consapevolezza registica non scontata per un’esordiente. Foglietta non ha fretta, lascia che le scene si schiudano da sé, dando fiducia al tempo più che al montaggio. La regista dimostra di saper dirigere con empatia, di saper chiedere e ottenere quella fragilità necessaria per la buona riuscita del racconto. Alba Rohrwacher e Guido Caprino si mettono a nudo con una vulnerabilità che raramente si vede in un esordio, e che rende credibile anche ciò che rischierebbe la retorica, come il lento e dolce risveglio del desiderio di Erika, alla riscoperta di un corpo e di un piacere che non le sono mai appartenuti del tutto.» (Federico Rizzo, sentieri selvaggi)