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Sicario

castEmily Blunt, Josh Brolin, Benicio Del Toro, Jon Bernthal, Victor Garber, Jeffrey Donovan, Maximiliano Hernández

In una zona di confine tra Stati Uniti e Messico, dove la legge non conta, Kate (Emily Blunt) è un’agente dell’FBI giovane e idealista, arruolata dal funzionario di una task force governativa per la lotta alla droga (Josh Brolin) per compiere una missione speciale. Sotto la guida di un ambiguo e impenetrabile consulente (Benicio Del Toro) la squadra parte per un viaggio clandestino, costringendo Kate a mettere in discussione tutto ciò in cui crede per riuscire a sopravvivere.

Tucson, Arizona. L’incessante guerra della droga si estende fin lì, oltre i confini di un Messico falcidiato da lotte intestine per il controllo del mercato. Kate (Emily Blunt), agente dell’FBI, si trova suo malgrado nel bel mezzo di questo inferno; ha appena perso alcuni uomini della sua squadra dopo lo scoppio di una bomba piazzata dai membri di un’organizzazione criminale, e adesso è più decisa che mai a fare giustizia. Ma è un meccanismo più grande di lei. Troppo.

Il destino di Kate sembra dover passare da El Paso, ma non è così: l’agente accetta una missione che si rivela ancora più pericolosa, presso Juarez, patria di nessuno, dove i signori della droga si combattono ferocemente dalla mattina alla sera. Ma non è sola Kate: con lei un intraprendente agente governativo (Josh Brolin) ed un misterioso personaggio (Benicio Del Toro) il cui ruolo nell’intera faccenda non viene chiarito.

Il Denis Villeneuve di Sicario è un regista il cui processo di maturazione è ad un punto importante, forte di almeno una collaborazione fruttuosa con Hollywood (Prisoners), esperienza temporaneamente archiviata in attesa di Blade Runner. Villeneuve è però anche il regista dello spiazzante Enemy, altro tassello di importanza capitale nella sua filmografia, che c’informa di una direzione che va sempre più consolidandosi. In tal senso quest’ultima fatica non è che la naturale evoluzione, un thriller contemplativo di raro vigore evocativo.

Ne ha del miglior Michael Mann, quello frainteso, attento all’atmosfera prima ancora che all’estetica. Estetica che in Sicario è di prim’ordine, con un Roger Deakins fenomenale nel cogliere a pieno i toni giusti per poi restituirceli mediante una fotografia preziosa. Perché questo, qualora non si fosse capito, non è mica il solito film sui trafficanti di droga; questa è solo una traccia, tenuta saggiamente sullo sfondo di una vicenda dalla forte connotazione morale. Ancora una volta Villeneuve pone i suoi personaggi dinanzi a delle scelte drastiche, in situazioni estreme. Poco importa che la sceneggiatura non sia sua ma di Taylor Sheridan, dato che al cineasta canadese calza a pennello.

E non ci mette nemmeno molto a trascinarci dentro a quel contesto lì; bastano le prime panoramiche, intrise di una strana magia: mentre osserviamo il deserto dall’alto ci sembra quasi di entrare in un’altra dimensione, cosa che di fatto Kate sta facendo. Come a dire che quello è già il punto di non ritorno; da lì si va scendendo verso il baratro, in un passaggio che è tragico e meraviglioso al tempo stesso. Tutto il film scorre lungo questa linea che separa il sublime dal nulla, realtà che si sfiorano appena, facendo scintille: per dire, proprio in quel punto esatto si situa Sicario.

A farla da padrone è perciò un mood ipnotizzante, carico di un fascino al quale si può magari restare indifferenti (ottimo modo per giocarsi il film), ma che una volta agganciati non molla più la presa sino all’ultimo istante. Esito ancora più interessante se si pensa che il ritmo è placido, con rare impennate, dove quindi l’azione è ridotta all’osso. Una delle scene più intense da questo punto di vista è il ritorno entro i confini statunitensi: a macchine ferme per via di un traffico che bloccato la circolazione. Scena emblematica, la cui azione condensa perfettamente il modus operandi del film: l’attesa prima del colpo estemporaneo.

Allo stesso modo Sicario, per l’appunto. Villeneuve vuole che quelle immagini ci passino attraverso, che il dipanarsi della trama diventi esperienza; perciò opta per lunghe inquadrature visivamente sontuose, riducendo i dialoghi all’essenziale, anche qui preferendo fare economia. Poi, all’improvviso, la bruciante accelerazione; che dura un attimo, senza che quasi ci si accorga. Come per l’appunto colpisce un sicario, il cui mestiere impone di essere rapido e letale. «Non affacciarti alla finestra. Questo oramai è territorio di lupi», dice il misterioso personaggio di Del Toro. E questa è la dimensione in cui Kate entra irrimediabilmente.

Ma tocca spenderle due parole sui protagonisti. Bravi tutti, nel caso di Del Toro addirittura eccezionale: inquietante, energico, per l’appunto letale. Riempie lo schermo in modo impressionante, con i tempi giusti ed una presenza scenica di prim’ordine. In un film così attento alla forma, che pur non scadendo in nessun caso in una sorta di manierismo sottopone comunque ad immagini potenti, inserire l’attore giusto, quello che sappia reggere il peso di un impianto visivo così importante, beh, è un’arte di per sé.

A questo si aggiunge una colonna sonora uniforme ma tutt’altro che ripetitiva, con un tema principale che amplifica non di poco la forza di certi scorci. E di dritto o di rovescio si ritorna sempre a Mann. Questo Villeneuve apparirà forse un pelo più arty, può essere; nondimeno il suo scavare all’interno del genere, lasciando pressoché intatta una struttura narrativa piuttosto codificata (ci troviamo nell’ambito del revenge movie), denota qualche analogia col regista del poderoso Heat. Infondendo una poetica personale, ché parlare di “stile” (sic) è semplicemente fuori luogo. Il cinema di Villeneuve, come quello di Mann, arde al suo interno; fuori è, di volta in volta, un thriller, un action etc. A differenza di Mann, vanno ancora rintracciati i contorni, che parlano però di cinema come coinvolgimento, né semplicemente emotivo né intellettuale.

Sicario comincia illuminato da una luce abbagliante, virando ad un semibuio che si fa sempre più buio man mano che il cerchio si restringe; fino a farsi piena notte. Servendosi per lo più di luce naturale, si può dire che una certa vena espressionista non le sia affatto estranea, a fronte di una struttura che dal teatro mutua pure qualcosa. Ci spiace non poter essere più eloquenti di così, ma ora che le intenzioni di Villeneuve vanno facendosi sempre più esplicite, toccherà prendere posizione. Per quanto riguarda chi scrive, si scommette su di lui senza particolari riserve. Hollywood necessiterà sempre di cineasti capaci di sapersi destreggiare nei suoi meandri, restando al contempo capaci di proporre un cinema d’impatto, che del blockbuster o giù di lì salvaguardi giusto la confezione. Vedrete non appena il processo di cui sopra si sarà consumato del tutto. Per ora quello che abbiamo davanti si tratta del suo film più completo, perciò più riuscito. (cineblog.it)