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L’odio (la haine) (ried. 4k)

registaMathieu Kassovitz
castVincent Cassel, Hubert Koundé, Solo, Joseph Momo, Héloïse Rauth, Olga Abrego, Laurent Labasse, Choukri Gabteni, Nabil Ben Mhamed, Benoît Magimel, Médard Niang, Mathilde Vitry, Vincent Lindon, Mathieu Kassovitz
paeseFrancia
anno1995

In Le Cité, un quartiere periferico parigino, scoppia il vento della rivolta dopo il pestaggio del sedicenne Abdel Ichaha da parte della polizia. I giovani della banlieu scendono in strada e si battono tutta la notte con gli agenti. Tra loro ci sono tre amici: l’ebreo Vinz, il maghrebino Saïd e il nero Hubert Dia, un trio di sfigati, disoccupati, arrabbiati e senza futuro.

INGRESSO € 3,50 PER TUTTI – CINEMA REVOLUTION

FESTIVAL DEL CINEMA DI CANNES 1995: PALMA D’ORO COME MIGLIOR REGIA.

PRESENTATO PER LA PRIMA VOLTA IN CONCORSO A CANNES NEL 1995, DOVE KASSOVITZ VINSE LA PALMA D’ORO PER LA MIGLIOR REGIA, L’ODIO È DIVENTATO DA ALLORA UN CULT ASSOLUTO, UN FILM FOLGORANTE, A RITMO SERRATO, IN CUI C’ERA GIÀ DENTRO TUTTO: IL FUOCO DELLE BANLIEUE, LE VIOLENZE DELLA POLIZIA, LA SOCIETÀ MULTIETNICA E QUEL MANTRA CHE RISUONA OGGI PIÙ POTENTE CHE MAI: «IL PROBLEMA NON È LA CADUTA MA L’ATTERRAGGIO».

«L’odio nasce con la morte di Makomè, vittima di un pestaggio in un commissariato parigino. Da allora mi sono chiesto come si sarebbe potuti entrare nel circolo vizioso dell’odio: i ragazzi che insultano gli sbirri che insultano i ragazzi che insultano gli sbirri. Tutto finisce sempre male, si trasforma in scontro. Il fatto è che è la polizia ad avere le armi addosso ed è solo la polizia a poter decidere quanto alzare l’asticella del conflitto. (…) è un film contro i poliziotti e volevo che fosse inteso come tale.» (Mathieu Kassovitz)

«Mathieu Kassovitz è bianco e nero, come il suo film più bello. Sa interpretare la gioia e la rabbia, l’amore e l’odio. Dirige film urbani e attuali con la stessa facilità con cui sfiora il trash, accarezza la fantascienza, corteggia l’action. Sa essere commerciale come il director hollywoodiano più scafato e giocarsi la carriera su un film in bianco e nero su cui pochi avrebbero scommesso: lui è così, o la fa grossa o non è contento. (…) È l’artefice dell’ultimo grande evento cinematografico del cinema moderno, James Cameron escluso. Nessuno più, con un film indipendente, è riuscito a scuotere coscienze, botteghino, critica come ha fatto Kassovitz con L’odio. Tutti ricordano, tutti ricordiamo la prima volta che abbiamo visto L’odio. Pur essendo profondamente apolitico, quel film accese qualcosa: l’esigenza di capire cosa stava succedendo oltre le mura più o meno rassicuranti delle nostre scuole, case, uffici, fabbriche.» (Boris Sollazzo, hollywoodreporter.it)