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Con Il delitto del 3° piano Rémi Bezançon costruisce una commedia cinefila che usa Hitchcock come materia viva, più che come repertorio da esibire. Il riferimento a La finestra sul cortile diventa il principio di un gioco sentimentale e investigativo in cui l’appartamento borghese si trasforma in sala di proiezione, il vicino in possibile colpevole, il matrimonio in un enigma da riaccendere. La forza del film sta nella leggerezza del meccanismo: il delitto conta meno dell’energia che produce, della complicità che rimette in moto Colette e François, del piacere con cui Laetitia Casta e Gilles Lellouche attraversano equivoci, pedinamenti, paure e fantasie noir. Bezançon firma un divertimento elegante e vitale, dove la cinefilia diventa gioco, ritmo, desiderio, senza ridursi a semplice esercizio di citazione. QUINLAN.IT
Il momento chiave di Il delitto del 3°piano arriva all’inizio dell’ultimo atto, quando la protagonista Colette mostra ai suoi studenti un finto filmato d’archivio in cui una giornalista con le sue fattezze (e il nome identico a quello di Jodie Foster in Il silenzio degli innocenti, Clarice Starling) intervista Alfred Hitchcock. Mentre la voce del regista spiega per filo e per segno le sue ben note tecniche della suspense (la dilatazione del tempo, il rapporto tra spettatore e personaggio, la manipolazione delle informazioni…), la camera, dopo aver girato per un po’ attorno al suo corpo, arriva finalmente a inquadrarlo frontalmente rivelando, non un attore che lo interpreta (il più bravo a farlo è stato Anthony Hopkins, in Hitchcock), ma una chiara, pacchiana e pure un po’ inquietante ricostruzione in AI. Senza vergogna o filtri: sullo schermo si vede un corpo fasullo che ha la pretesa di sostituirsi all’originale e al tempo stesso dichiara apertamente la propria falsità. La scelta originale di Bezançon, che del suo film è anche sceneggiatore, consiste nell’inserire una trama onirica che fin dalla prima sequenza mette in scena i romanzi dello scrittore François: avventure alla Agatha Christie che complicano ulteriormente i piani di rappresentazione e rimandano alla tradizione letteraria ottocentesca che precede Hitchcock stesso e che trova un terreno d’incontro con l’opera del regista nella scenetta – anche questa pedante e letterale – che spiega il significato del famigerato espediente narrativo McGuffin.
Intendiamoci, Il delitto del 3°piano è godibile e divertente: per essere un omaggio cinefilo, forse, è troppo diretto e didascalico.F funziona grazie alla bravura dei due protagonisti: lui, Lellouche, inizialmente riluttante, si fa trascinare dalla moglie nell’indagine sul presunto omicidio e passa così dalla finzione alla vita; lei, Casta, insoddisfatta di essere solamente colei che i film li analizza (lo dice pure, nel caso qualcuno non lo capisse), individua nella realtà, come James Stewart in La finestra sul cortile, una trama alla Hitchcock (e dunque passa dalla vita alla finzione), diventando il tramite nemmeno troppo nascosto delle velleità dello stesso Bezançon. La loro dinamica di coppia, che dall’iniziale distanza li porta al ricongiungimento e al ritrovato amore, ricorda quella tra Woody Allen e Diane Keaton in Misterioso omicidio a Manhattan, che a conti fatti – a proposito di rimandi e citazioni e riprese e calchi e ripetizioni… – è forse il vero modello di questa commedia con binocolo e delitto.
Roberto Manassero, www.mymoveis.it