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Dio e’ donna e si chiama petrunya (gospod postoi, imeto i e petrunija)

registaTeona Strugar Mitevska
castZorica Nusheva, Labina Mitevska, Stefan Vujisić, Simeon Damevski, Suad Begovski, Violeta šapkovska, Xhevdet Jashari, Andrijana Kolevska, Petar Mirčevski, Nikola Kumev, Bajrush Mjaku, Vladimir Tuliev, Ilija Volcheski, Igor Todorov, Nenad Angjelkovic, Mario Knezović, Ljiljana Bogojević, Strašo Miloševski, Pece Ristevski, Stojan Arev, Kire Acevski, Hristijan Dimitrov
paeseRepubblica di Macedonia
anno2018
durata95 min

Orari

venerdì 03 luglio
sabato 04 luglio
domenica 05 luglio
lunedì 06 luglio
mercoledì 08 luglio

Petrunija è laureata in storia, ha 32 anni, vive nella cittadina macedone di Štip e non ha un’occupazione. Rientrando verso casa dopo un colloquio di lavoro andato male, si ferma ad assistere a una cerimonia ortodossa per le strade. Il rituale prevede che il prete getti una piccola croce nel fiume e che gli uomini si precipitino a recuperarla. Petrunija, vicina alla riva, vede che nessuno raggiunge l’oggetto sacro e si tuffa a recuperarlo. Ne nasce una rissa per strapparle la croce di mano e, più tardi, la giovane è portata al posto di polizia per essere interrogata su un gesto che è stato filmato e il video è diventato popolare in internet, attirando l’attenzione della giornalista di una televisione nazionale.

UN DURO ATTACCO AL MASCHILISMO CHE NON CADE NELLO STEREOTIPO DEL GROTTESCO E DEL TRAGICOMICO BALCANICO

Teona Strugar Mitevska con Dio è donna e si chiama Petrunya continua nel percorso di scoperta della Macedonia, paese da cui proviene e che ha scelto di raccontare. L’impatto con kermesse, ormai avvenuto nel lontano 2001, fu subito deflagrante, Veta, il suo cortometraggio infatti vinse il premio speciale della giuria. Nel 2008, torna alla Berlinale con I Am from Titov Veles, ambientato nella città di Veles, tre sorelle in lutto paterno, cercano di sfuggire all’ambiente soffocante della loro comunità. Lo scenario descrive una storia contemporanea di disintegrazione urbana nella Macedonia post-comunista. Nel 2017 con When the Day Had No Name, la regista si propone di esplorare il machismo strisciante, l’aggressione e le tensioni culturali che stanno danneggiando il suo paese. Il film venne presentato in anteprima nella sezione Panorama.

La transizione resta il nodo centrale anche di questo ultimo lavoro Dio è donna e si chiama Petrunya, e stavolta a rappresentare il difficile processo di passaggio tocca a Petrunija (Zorica Nusheva), una donna macedone appunto, che si permette di profanare una cerimonia tradizionalmente riservata agli uomini, sollevando un putiferio, anche approfittando del clamore assicurato dai mass media. Laureata in storia in un paese che vuole farne a meno, vive da disoccupata insieme ai genitori. E tollera faticosamente il becero tradizionalismo che sostanzialmente vorrebbe ignorarla e da cui è circondata. L’episodio decisivo segue un incipit costruito appunto su uno sconfortante quotidiano, con il punto più basso in un discriminante colloquio di lavoro, infarcito di sessismo, finito naturalmente nel nulla. Nel giorno dell’Epifania vige la consuetudine di recuperare una croce lanciata dal sacerdote nel fiume. La donna, cosa mai avvenuta in passato, si intromette nel rito, finendo addirittura per spuntarla sugli altri partecipanti, prima sbigottiti poi infuriati. E nell’aggiudicarsi la gara, ottiene di custodire la reliquia, come consentito al vincitore. Petrunija con il suo comportamento scatena un pandemonio e finisce, peraltro senza accuse circostanziate, in commissariato. 

Il tono prevalentemente da commedia dentro delle atmosfere realistiche, ma non per questo meno grottesche e surreali, si rivela idoneo per lanciare dei segnali precisi verso istituzioni come la chiesa, la magistratura e lo stesso mondo dei media, accusato senza mezze misure di assecondare un’informazione di esclusivo interesse sensazionalistico. Salvo poi fare marcia indietro quando si rischia di pestare i piedi davanti ai potenti. Nell’atto di sfida per le rigide strutture ecclesiastiche c’è la violazione di un protocollo e come ogni trasgressione una potenziale minaccia di cambiamento da cui guardarsi circospetti, addirittura con il beneplacito ad una protesta incivile. Una forma di ridicolo, nel significato nobile del termine, anche in relazione alla polizia chiamata a reprimere una situazione pure se in mancanza di reato. Funziona soprattutto il plausibile strutturato sopra il banale, i discorsi confidenziali, la violenta routine dell’ordinario diventano palcoscenico di rivolta intelligente, grazie ad una scrittura molto efficace, opera della regista stessa. Che invece dal lato visivo preferisce una presenza meno invadente, a tratti nervosa ma che, nel ritrarre la protagonista, rivela una notevole potenza di sguardo. Qualche difetto sarebbe da ravvisare probabilmente in relazione all’equilibrio organico del tema e dei personaggi destinati a declinarlo. Il film però, complessivamente, riesce a trasmettere il messaggio del ritardo e delle difficoltà di un paese che non riesce a liberarsi del superfluo, per paura e l’ignoranza che lo attanagliano. (sentieriselvaggi.it)